La Regina che apprese il vero valore della Bellezza

» Scritto da il 5 dicembre 2015 ★ Favole
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La Regina che apprese il vero valore della Bellezza

La bella Vanesia era una Principessa da poco tempo diventata Regina. Bella, bellissima oltre ciascun dire, era il simbolo della bellezza e della purezza di cuore, umile e tanto generosa, era da tutti ritenuta una Dea.

Però, e c’è sempre un però, aveva un grosso difetto: si vedeva troppo bella e se ne stava sempre davanti al suo specchio. Specchio normale o specchio d’acqua, anche quando passeggiava non perdeva mai occasione di contemplarsi in riva ad un fiumiciattolo che scorreva lungo i giardini reali, o alla fontanella guizzante che emergeva nel patio a palazzo, o in quel laghetto che se ne stava ridente e rilassato sotto i grandi alberi frondosi che incorniciavano il castello.

Era comunque un difetto innocuo perché, come s’è detto, era tanto buona di cuore e così generosa da esser capace di cavarsi il pane di bocca, pur di sfamare un povero mendicante stremato.

Un dì, passò per quella valle canterina un bell’uomo dai tratti decisi, fiero e distinto che cavalcava un imponente destriero nero dalla coda e criniera lunghissimi. Era un Cavaliere, messaggero di un Regno vicino che menava un’importante missiva ai Reali del Regno di PalazzoFiorito.

Il buonuomo fu accolto con tutte le reverenze. Fatto accomodare nella sala dei ricevimenti aspettò però un bel po’, dacché la Regina, come sovente accadeva, perdeva tempo ad acconciarsi innanzi allo specchio. Capelli folti e lunghissimi, le sue damigelle faticavano a sufficienza per rendere la chioma al meglio, datosi che la loro Regina era così esigente che di rado se ne poteva venir fuori con un nonnulla.

Finita la toletta, accompagnata dal suo regale strascico la Regina presenziò all’incontro, destando in sé un subitaneo interesse per quell’uomo così austero e misterioso.

Il Cavaliere s’inchinò al suo cospetto e professò: «Altezza, è un onore trovarmi alla vostra presenza. Ed ancor più un onore che mi abbiate concesso udienza.»

La Regina, che era di fondo assai umile e s’imbarazzava di fronte ad eccessive cerimonie esordì: «Voi mi lusingate, nobile Cavaliere, ma ditemi. Cosa vi conduce al mio palazzo?»

«Ho una commessa dal mio Sire» spiegò il Cavaliere. «Una missiva da consegnare ai Reali di questa Corte.»

«Sono sola, Cavaliere» precisò lei. «Il mio defunto padre mi ha dato in mano il suo Regno, prima di defungere.»

«Ah… sono desolato» si prostrò l’uomo. «Vi porgo le mie condoglianze e mi scuso, per tanta indelicatezza sciorinata.»

La Regina si compiaceva or dunque, per tanta sensibilità e riguardo, indi asserì: «Presentate pure la vostra richiesta. Per quel che rientra nelle mie possibilità, mi trovate bendisposta.»

Il Cavaliere si rialzò, tirò fuori dalla sacca appesa alla sua armatura una lettera chiusa a sigillo e gliela porse.

Alquanto incuriosita, Vanesia spiegò quel foglio di carta pergamenato e lo lesse d’un sol fiato. Si trattenne in silenzio.

Il Cavaliere, che era al corrente del contenuto, preferì non spingere gli eventi. Tacque anch’egli e si fece da parte, attendendo il responso della Regina.

D’un tratto ella affermò: «Ebbene, Cavaliere, la richiesta del vostro Re mi giunge assolutamente inaspettata. Concedetemi il tempo di riflettere.» Detto questo, la Regina si voltò con grazia verso l’enorme ingresso per scomparirne come un miraggio che si diradava man mano all’orizzonte.

L’uomo accettò con un inchino e fu invitato a ristorarsi in una delle stanze del palazzo reale, con l’accordo di cenare nella sala dei banchetti, insieme alla Corte e alla stessa Regina.

Più tardi, il Cavaliere era già seduto al gigantesco e sontuoso tavolo, ansioso e dall’aria fremente, attendendo l’arrivo della Regina e dunque della sua risposta. Non aveva previsto che ella fosse l’unico regnante sopravvissuto, ragion per cui si aspettava di conferire direttamente con il Re, il quale avrebbe deciso le sorti della figlia, ora Regina, e che pertanto avrebbe dovuto personalmente dare il consenso. Una Regina libera e quindi meno vincolata alle decisioni del Re.

Evento strano, Vanesia non si fece attendere più del dovuto. Apparve come una stella luminosa dinanzi al banchetto e il Cavaliere ne fu stregato, non potendo per un un attimo rispondere al suo saluto di cortesia.

Nondimeno si alzò, le avvolse delicatamente una mano e la fece accomodare accanto a lui, prima di risedersi, sul trono riservato ai Reali.




Il pasto prese inizio, musiche soavi coronavano il regale desinare, mentre i servitori servivano con frenesia pietanze e vino.

La Regina, dopo aver adempiuto ai confacenti convenevoli si rivolse al Cavaliere e disse: «Dunque, buon Cavaliere, una maledizione incombe sopra di voi?»

«Sì, mia Regina, sono condannato a veder tutto grigio e spento, senza colori e senza bellezza.»

«Orbene» replicò la Regina, che aveva molto a cuore questo punto. «Come mi vedete?»

«Altezza, io non posso vedervi nel vostro reale aspetto però posso vedere la luce che brilla dentro di voi. Ed è immensa.»

Vanesia si dispiacque un briciolo, che il Cavaliere non potesse vederla nella sua effettiva bellezza. «E voi, che non potete vedere il mio vero sembiante, come potete essere sicuro che vi sarà gradito, una volta sciolta la maledizione?»

«Se mi concedete la rimostranza, devo puntualizzare che la vera bellezza è nel cuore» obiettò il Cavaliere ma con deferenza.

«Allora vi propongo un patto» espose la Regina. «Se al terzo giorno da oggi vi sarete innamorato, vi concederò il mio benestare.»

Il Cavaliere si augurò tanto di cadere in amore ma purtroppo, oltre alla maledizione, vigeva un altro gravoso inconveniente: era immune dal sentimento amoroso per vocazione, avendo votato la sua esistenza alla difesa del Regno e al servizio del Re.

Nonpertanto annuì semplicemente, non voleva darsi false speranze né ingannare la Regina, ma precludersi già in partenza la possibilità di recare successo alla causa non di certo lo avrebbe facilitato nel suo compito.

Sicché, i due potenziali promessi si accomiatarono, dandosi ora d’incontro per l’indomani, alle prime luci dell’alba, dinanzi al roseto prediletto della Regina, dov’ella coltivava i suoi fiori preferiti: le rose bianche.

Il Cavaliere certo non mancò all’appuntamento, ma anzi si presentò lì ancor prima dell’alba, specie perché per lui notte e giorno non facevano molta differenza, il grigio indistinto modificavano soltanto la luce che ne riceveva. Inoltre non aveva chiuso occhio, preoccupato che la sua missione potesse fallire, giacché in tal caso non sarebbe stato liberato dalla maledizione e non avrebbe più potuto consacrare la sua vita al Regno che lo aveva visto nascere, e protetto in ogni luna che aveva scandito il trascorrere della sua esistenza.

Era avvenuto, per volere di un antagonista del Re, che un mostruoso Demone dalla fattura informe si fosse avventato su di lui, estraendogli dal cuore e dalla vista il colore e il sentimento della bellezza. Quel che vedeva bello, era soltanto frutto della sua memoria, mentre tutto ciò che gli si presentava di nuovo era visto dai suoi occhi come una figura sterile e grigia. Solo con la Regina, aveva percepito un bagliore in più, così intenso da affatturarlo per un istante, ma erano bastati pochi minuti che tutto si era spento, tornando alla vuotezza precedente.

L’antidoto a questa sorta di veleno che gli aveva infestato l’anima, era l’amore di un cuore nobile, e siccome per le vie dei Regni tanto s’era decantata la bellezza di cuore della Principessa del Regno di PalazzoFiorito, il suo Re lo aveva convinto a chiederla in sposa, presentandolo nella missiva come suo figlio acquisito, affinché l’altro Re accettasse il matrimonio che ovviamente doveva essere contratto tra casate regnanti, ed un semplice Cavaliere non avrebbe mai potuto ambire né ancor meno pretendere la mano di una Principessa.

Onde per cui, non era tanto importante l’amore del Cavaliere come la Regina aveva presunto, quanto piuttosto l’amore della stessa Regina, che sarebbe stato ahimè arduo da conquistare, dato che non vedendo bellezza in nulla sarebbe stato oltreché difficile poterla degnamente corteggiare. Era questo infatti l’aspetto perverso della maledizione, rapire un cuore per inondarlo d’amore senza avere amore da dare, e se non si riusciva a dare amore era improbabile di poterlo ricevere.

Ma il suo Re covava fiducia, nel suo cuore seppur perduto, e dopotutto ciò che gli interessava era di salvare il suo Cavaliere, certo per salvare il suo Regno, ma anzitutto per salvare quell’uomo buono e pieno di buoni sentimenti oramai sopiti dalla maledizione.

Il Cavaliere era l’uomo migliore del Re del Regno di FrecciaPonente. Braccio destro ciecamente fidato, il Cavaliere lo aveva più volte salvato dalla morte e dall’altrui conquista, e non osava pensare cosa sarebbe potuto accadere in sua assenza, quando sarebbe perito. Perché questo, purtroppo, era l’aspetto tragico della maledizione: senza la bellezza negli occhi e nel cuore la sua anima sarebbe pian piano scivolata nell’oblio, estinguendosi del tutto. Vocazione e maledizione, andavano a braccetto per distruggerlo.

Arrivò la Regina nella sua candida e fluente presenza, di poco stupita nel trovare il Cavaliere ad attenderla. I due non si parlarono, avevano entrambi inteso che i convenevoli erano sorpassati tra loro.

Presero a camminare adagio lungo il sentiero costeggiato da erbetta danzante e fiori che pigramente sollevavano le loro corolle per esporle al Padre Sole, mentre gli abitanti del giardino si risvegliavano ai primi raggi di luce. Seguitarono in silenzio per molti passi, prima che il sole sorgesse del tutto.

Divenne una giornata così solare, luminosa e aperta, che anche la Regina d’un tratto si aprì: «Ho pensato molto alla vostra triste condizione, Cavaliere.»

Egli abbozzò un sorriso, in fondo non aveva parole da dire. E non poteva rivelarle che era il suo amore a poterlo liberare, non poteva confessarglielo altrimenti sarebbe stato in qualche verso un amore indotto, e dunque impotente di fronte alla maledizione.

Alla Regina faceva tanta tenerezza, ma più di tutto lo ammirava in quel suo stato di calma, di virile accettazione, senza forzare né implorare, un uomo dignitoso che avrebbe affrontato a testa alta qualunque cosa, anche la sua inesorabile fine.

Così, quelle furono le uniche parole che furono dette, l’ultima conversazione che ebbero. La Regina non esordiva in discorsi banali e superflui e il Cavaliere preferiva il silenzio, al fine di non compromettere il corso possibilmente benevolo degli eventi.

Volarono i tre giorni consecutivi, tra passeggiate e scambi di sguardi che si facevano via via più intensi, la Regina che sentiva salire un sé un coinvolgimento sempre più profondo per quell’uomo invero unico, e il Cavaliere che percepiva un bizzarro formicolio al cuore, ogniqualvolta si ritrovava in presenza della Regina.

Non parlavano e non la conosceva, non sapeva quali fossero i suoi valori e i suoi pensieri, ma la grazia con cui ella si muoveva, la bontà con cui si rivolgeva a qualunque essere, che fosse gregario o nobile, indistintamente, fecero crescere in lui un’ammirazione indescrivibile, un tacito sentimento sgomitante.

La Regina, dal canto suo aveva abbandonato gli specchi, incredibile a sapersi ma era così. Non le interessava più di apparir bella od ostentare la sua bellezza perché, in fin dei conti, colui al quale aveva interesse di mostrarla non poteva vederla.

Arrivò il fatidico giorno e il momento della verità era imminente. Il Cavaliere si era destato prestissimo, osservando la luce penetrare pian piano dall’altissima finestra della sua stanza. Era in ansia e fibrillazione, non avendo nessuna certezza né alcuna previsione attendibile. In definitiva, non si erano mai parlati con la Regina e di conseguenza non deteneva minima idea sui suoi sentimenti.

Si presentò un messo alla sfarzosa porta della camera e con due battiti al legno di quercia annunciò che la Regina di già lo attendeva nella sala dei conferimenti privati.

Dritto e teso, il Cavaliere si avviò per i fastosi corridoi gremiti di statue d’oro e candelabri, la luce che d’improvviso era scemata. Le finestre mostravano un annuncio di tempesta, e il grigio che lo attorniava divenne ancor più cupo, come in un tragico presagio. La maledizione non sarebbe mai stata sconfitta.

Evidentemente, pensò il Cavaliere, il Demone se la stava ridendo, la propria influenza sulla Regina era troppo potente, benché la sua rara bontà fosse rinomata per essere imbattibile, inattaccabile, e se era riuscito a condizionare la Regina, persino un’anima talmente angelica e introvabile, nessuna possibilità esisteva per lui. Era condannato.

Con greve mestizia accedé alla sala privata della Regina, costei dispose ai suoi servitori di abbandonare la stanza e restarono soli, vis-à-vis.

Le prime parole furono della Regina: «Orbene, Cavaliere, eccoci al confronto.»

Egli si approssimò al trono e s’inginocchiò, addossando un avambraccio alla coscia, il capo reclinato dichiarò: «Un confronto temuto, mia Regina, ma sono pronto ad accettare il mio destino.»

Sulle prime Vanesia interpretò quella frase come una disfatta. Il Cavaliere non si era innamorato, e ciò le procurava disagio, una incisiva lacerazione in prossimità del suo cuore. Tacque, pensando con rammarico alla possibilità che le era stata negata, ovvero di mostrarsi nella sua integrale bellezza.

«Tuttavia, Altezza, devo farvi una confessione» proseguì mesto il Cavaliere, e la Regina s’incuriosì, forse rincuorata da questo inatteso risvolto.

«La maledizione non mi concedeva di conoscere la scintilla dell’amore» egli rivelò, rialzando lo sguardo sulla Regina che lo osservava silente, intellegibile. «Ma, a onor del vero, sento qualcosa di diverso, non per la vostra persona ma per la vostra anima. Mi sento magnetizzato, confuso, provo un qualcosa che non riesco a definire.»

La Regina rilassò i lineamenti del volto e si eresse dal trono, gli tese una mano e lo invitò a mettersi in piedi. Il Cavaliere tacitamente obbedì, e si ritrovarono occhi negli occhi, così vicini che non era mai accaduto, in tutte quelle ore trascorse insieme.

«Mio onorato Cavaliere» sussurrò Vanesia con le iridi palpitanti «è la medesima sensazione che percepisco anch’io.»

L’uomo sgranò le palpebre sorpreso, incapace di emettere un solo respiro, e la Regina, dopo un sorriso incantevole che egli riuscì a distinguere anche in quel grigio tetro e perenne, avvicinò le labbra a quelle del Cavaliere, unendole in un bacio delicato ma divampante, come se un fuoco improvviso avesse invaso ogni fibra muscolare del loro essere.

Il Cavaliere chiuse gli occhi, completamente rapito, e, allorché li riaprì, uno spettacolo a dir poco magnifico si prospettò alla sua vista: il mondo aveva riacquistato i suoi più vividi colori e, dinanzi a sé, un Angelo.

La Regina gli sorrideva eterea, aveva inteso il cambiamento dalla meraviglia emersa dai suoi occhi, come se egli si fosse destato da un lungo sonno.

E l’impeto fu inarrestabile, il Cavaliere l’afferrò per le braccia e la strinse a sé con una tale energia, indomabile, che la Regina quasi si sentì mancare. Ma per amore, solo per amore.




Il Demone, che aveva assistito al temuto epilogo, dové ritirarsi negli Inferi, senza aver tratto alcun beneficio dalla sua trappola, convinto che il Cavaliere, vedendo la tempesta annunciarsi, avrebbe abbandonato il palazzo per non nuocere alla Regina, per la quale egli provava un incredibile, sicuramente imprevedibile sentimento d’amore.

Il Cavaliere era caduto in amore, grazie alla vera bellezza che gli aveva aperto il cuore, la quale aveva sconfitto anche il più malvagio dei Demoni. La coppia poté dunque unirsi, sposarsi e rinforzare il potere del Bene, lasciando libero il Regno di FrecciaPonente che al Cavaliere fu concesso di abbandonare, per vivere in armonia con la sua serafica consorte, una Regina che aveva tirato fuori la sua intera bellezza, senza che fosse oscurata o limitata dalla brama di apparenza, la quale avrebbe senz’altro confuso gli animi e persino se stessa, modificando man mano la sua incontaminata indole di cuore.

Da quel momento Vanesia non si guardò più allo specchio, ma anzi distrusse tutti gli specchi che aveva nella sua stanza, che divenne nido d’amore, nell’aver compreso che la vera bellezza era nell’anima, nel cuore, l’unica vera bellezza che avrebbe fatto innamorare chiunque, anche a dispetto di una perversa maledizione. Un amore vero, quel tipo di amore che niente e nessuno avrebbe mai potuto distruggere.

Regina Vanesia

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