L’Uccellino della Speranza

» Scritto da il 18 novembre 2015 ★ Favole
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L’Uccellino della Speranza

Esisteva un paesino, proprio in cima ad una montagna, sempre freddo e innevato e con tante e tante problematiche. Lassù, non arrivava tutta la tecnologia, non c’erano vere strade e non esistevano ripetitori, così il telefono era un lusso e non arrivava neanche la radio, però in fondo i suoi abitanti erano abituati in questo modo, pertanto non ne risentivano particolarmente.

Vivevano di prodotti agrari, direttamente confezionati da loro, e spesso scendevano a valle per venderli o scambiarli con beni di prima necessità che non potevano ottenere con gli ingredienti di cui disponevano. La vita scorreva serena, senza troppe pretese e molto semplice. Una vita d’altri tempi.

A causa delle basse temperature, anche d’estate, le specie animali erano davvero poche, e non tutti gli insetti trovavano un habitat favorevole per riprodursi, dunque il paesaggio non era granché canterino, e i pochi animali che si adattavano all’ambiente se ne stavano sempre al riparo, ingegnandosi di tanto in tanto per procurarsi scorte di cibo.

Gli unici che restavano all’aperto, rintanandosi di notte nei loro nidi, erano gli uccellini che per natura non migravano verso luoghi più caldi e non sempre sopravvivevano, soprattutto durante quei periodi in cui il clima diventava estremamente rigido. Anche loro si erano abituati, proprio come gli abitanti del paesino, tant’è che divennero simbolo della loro vita in alta montagna.

Per agevolarli, i paesani avevano costruito loro delle casette e dei lampioncini di vetro da appendere ai rami, non contenenti lucine bensì tanti semini per nutrirli, affinché fosse più facile sopravvivere in un territorio talmente arido e privo di cibo. Gli uccellini dimostravano tutta la loro gratitudine, contribuivano eliminando gli insetti più dannosi che invadevano le loro coltivazioni già compromesse dal clima, ed anche sotto forma di presagi.

Quando percepivano un pericolo naturale approssimarsi, infatti, sparivano in blocco, per dare il messaggio agli abitanti del paesino di chiudersi dentro le loro abitazioni e di non uscire per alcuna ragione. Questa sorta di tradizione si tramandava da generazioni, grazie ai saggi del paese, giacché in più occasioni un determinato presagio lasciato dagli uccellini si era sempre rivelato fondato.

Un giorno, gelido d’inverno, il paese restò senza luce e gli abitanti non poterono più uscire di notte, cosa grave perché con le giornate così corte e con così poca luce non era possibile provvedere a tutto, ed era sì facile restare senza legna per il focolare od essere impossibilitati a scendere a valle per rifornirsi in caso d’urgenza, poiché non essendo il paese illuminato si correva il rischio di perdersi per le stradine innevate della montagna. Però, finché c’erano gli uccellini a cantare potevano star tranquilli, e si arrangiavano come più potevano.

La situazione si protrasse per diversi giorni, e la cosa stava diventando abbastanza seria, giacché senza energia elettrica non si poteva neanche disporre di acqua calda, pertanto i paesani erano obbligati a riscaldarla nel camino, per potersi detergere senza ghiacciarsi. I rami sempre più umidi, che non facevano in tempo ad asciugarsi per il focolare, stavano per di più scarseggiando, ed acquistare legna secca nella città della valle diventava assai dispendioso.

Alcuni si informarono alla società erogatrice dell’energia elettrica, ma questa non faceva che ribadire che un palo era affondato nella neve e ancora non si era riusciti a tirarlo fuori. Inoltre, le avverse condizioni climatiche non consentivano di portare a termine l’intervento, in quanto seguitava a nevicare ininterrottamente, fitto fitto, diminuendo di parecchio la visibilità.




Il tempo si faceva sempre più scuro, inaffrontabile, un inverno così rigido non si rammentava da secoli. Però non era ancora avvenuto il peggio…

La neve talmente alta, il gelo imperante e la quasi mancanza di visibilità, impedirono di scendere a fare rifornimento, le scorte di cibo erano ridotte al minimo mentre i lumi cominciavano a scarseggiare, e riciclare vecchie candele non stava diventando più possibile.

Quello che tuttavia fu più allarmante, è che gli uccellini scomparvero dal paesino, come se non ci fossero mai stati. Gli abitanti tremarono a sufficienza, dato che con questo dileguamento annunciavano un triste destino, una calamità incombente che difficilmente sarebbero stati capaci di affrontare, specie in quelle già pessime condizioni di vita.

Comunque non disperarono, visto che quelle temperature non si ricordavano da tempo ed era probabile che gli uccellini fossero stati costretti a fuggire in un luogo più ospitale. In effetti, restare all’aperto con quel clima poteva diventare letale per chiunque.

Attesero con pazienza, resistendo strenuamente e con un ottimismo forzato per non perdere la lucidità e la forza di combattere, tuttavia quel tempo seriamente da lupi stava rendendo altroché difficoltoso andare avanti, pertanto si dovette ricorrere ad una soluzione estrema. Abbandonare il villaggio.

Non tutti furono d’accordo, ma i più saggi insisterono di lasciare il paese, il più presto possibile. Gli uccellini non tornavano ed essi si fidavano ciecamente di loro, poi non era stato trovato alcun cadaverino tra la neve e ciò significava che la loro vita era salva, e molto probabilmente volevano salvare anche la vita del paese, con quel segnale di non ritorno.

Così, seppur a malincuore gli abitanti si apprestarono a racimolare qualche bagaglio con l’essenziale, e una mattina in cui un raggio di luce era più clemente si avviarono, piano piano, per il sentiero che scendeva a valle. Tanta solidarietà ci fu, e fu davvero commovente perché la cittadina della valle si predispose ad ospitare i poveri e malcapitati abitanti del paesino. Furono allestite strutture adibite a magazzino, con bei lettini caldi e tanto buon cibo per risanarsi, ad anche i proprietari di abitazioni con stanze in più diedero la loro sincera disponibilità.

I paesani si sistemarono alla meglio, attendendo con trepidazione il momento in cui sarebbero potuti tornare alle loro case, ma dopo pochissimi giorni da quello sgombero d’emergenza, il terrore annidato si espanse come un immenso fuoco d’artificio.

Una tormenta di neve, unica nel suo genere perché pareva un uragano vero e proprio, passò inesorabile proprio sul paesino, spazzandolo in completo, come se lo avesse mirato, dritto dritto per distruggerlo.

Tutta la popolazione non poté credere alle proprie orecchie, quando la notizia arrivò nella valle, e nessuno riuscì a capacitarsene. Tra tutti i luoghi, le zone circostanti, le regioni limitrofe, soltanto il paesino era stato colpito, quasi radendolo al suolo, come una sorta di punizione divina che non gli aveva lasciato scampo.

Ovviamente fu solo una coincidenza, per gli studiosi e i meteorologi, però gli abitanti del paesino non la videro così, o quantomeno pensarono ad un motivo ben preciso, in quanto la coincidenza era troppo strana, troppo selettiva, e purtroppo proprio loro erano stati le disperate vittime di quella specie di selezione naturale.

Tutto però non era perduto, come sostennero i saggi, perché magari questo era un segno per rivoluzionare il loro paese, per ricostruirlo rendendolo più confortevole, sicuro, e al passo con i tempi moderni, questi tempi diventati alquanto particolari e imprevedibili, a causa delle mutazioni climatiche disastrose messesi in atto per via dello sfruttamento indiscriminato della Natura, che di quando in quando faceva sentire la sua voce, la sua ribellione. E ne aveva tutte le ragioni.

Insomma, era una cosa fondamentalmente positiva, a detta dei saggi, perché altrimenti avrebbero seguitato a vivere in quelle condizioni continuamente precarie, non avendo i fondi necessari per rendere sicure e confortevoli le loro dimore, mentre in tal caso sarebbe stato il Governo o chi per esso, a provvedere alla ricostruzione del paesino, essendo stato distrutto da una calamità naturale.

Così, tolta la deprimente teoria della punizione divina, gli abitanti del paesino si fecero coraggio rinvigorendosi di integrale e puro ottimismo, e nominarono un loro rappresentante, scelto dai più saggi, per andare in avanscoperta, al fine di studiare la situazione e riportare i dettagli su cui iniziare ad agire.

Costui, che non fu tanto felice di essere eletto, dato che vedere il suo paese ridotto ad un cumulo di rovine non era di certo confortante, si animò e un bel giorno partì, insieme ad alcuni rappresentanti delle autorità, vigili del fuoco e polizia locale, per assolvere il suo sospirato compito.

La prima vista fu terrificante, sembrava che lì, non ci avesse mai abitato anima viva, e dunque gli pareva tendenzialmente impossibile ripristinarci una comunità, giungendo col cuore spezzato alla conclusione che la vita del paesino fosse diventata puramente un ricordo, e che avrebbero dovuto ricominciare altrove.

Vagava per le macerie, disperato e sconfitto, in quell’atmosfera che ormai era quasi pulita e rigenerata, con una visibilità incredibilmente ottima, che d’un tratto udì un cinguettio, soffuso, lontano, ma che in lui risuonò come una tonante campana. Si fece largo tra la neve e raggiunse uno degli alberi su cui erano state costruite alcune casette per gli uccellini, e le vide strepitosamente intatte. E forse, questo era il vero segno.

Gli uccellini erano potuti tornare alle loro dimore, potevano ancora cantare e mangiare dai lampioncini ancora riempiti di semi, poiché non si erano rotti né erano stati spazzati via della bufera.

D’improvviso, comparve un uccellino che si sistemò su un ramo dinanzi a lui, si diede una scrollatina alle piume ed intonò un così soave canto, che quello sì, quello fu seriamente un segno, un segno divino.

Dopo di lui, comparvero a frotte altri uccellini, che si unirono in coro a quell’uccellino che aveva dato vita alla speranza, l’uccellino della speranza che aveva atteso con ansia il ritorno di qualcuno di loro, così da poter dare un messaggio diverso, e confermare che la loro presenza non sarebbe mai mancata. Ci sarebbero sempre stati, ad aiutare e proteggere quegli Umani gentili e sensibili che li avevano accuditi anche nelle condizioni più invivibili, pensando con encomiabile altruismo a nutrirli e ripararli dal gelo, nonostante che fosse già difficile occuparsi delle loro primarie esigenze.




Così, gli uomini avevano imparato che per sopravvivere in un ambiente ostico e poco complice, tutte le forze dovevano essere unite, umane ed animali, dato che la Natura non sempre era benevola ed essi non possedevano tutte le capacità per poterla prevenire, o perlomeno fronteggiare. Se non fosse stato per quegli uccellini, infatti, quel paesino tanto carino ora non esisterebbe più, si sarebbe trasformato in un enorme rudere dimenticato dal tempo, giacché nessuno avrebbe deciso di tornarci a vivere, e men che meno scelto di viverci.

Invece, il paesino è sempre lì, più bello e splendente che mai, diventato nientemeno un’ambita meta di turisti amanti della Natura, del Divino, perché quel che è accaduto è stato definito un miracolo. E quell’uccellino, che ancora canta con una melodiosità inconfondibile, è diventato simbolo dell’amore universale e della speranza.

L'uccellino della speranza

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