Vento d’estate

» Scritto da il 17 novembre 2015 ★ L'Amore
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Vento d’estate

Kara era distesa al sole, l’estate era ormai volgente al tramonto e lei desiderava godersi ogni ulteriore, ultimo istante di calore, carpire ogni più piccolo raggio di luce, fino all’esauribile.

Era una donna sola, o meglio, amava la solitudine, sebbene conservasse in sé il sogno tipicamente fanciullesco dell’amore romantico. Non che fosse particolarmente disincantata, o delusa, pur avendo ricevuto serie bastonate dagli uomini, ma non aveva dato loro quel peso irreversibilmente traumatico.

Aveva superato ciascuna cosa con estrema nonchalance, ed anzi aveva acquisito preziosi insegnamenti, stante il fatto che per lei facevano parte di un bagaglio personale, tutte esperienze di vita che di fondo l’avevano formata, resa quel che era, e francamente era diventata una gran bella persona. E si piaceva così.

Tuttavia, la disastrosa evoluzione della sua vita sentimentale l’aveva indotta a credere che si stesse meglio in tal guisa, soli, indipendenti e soprattutto liberi. Liberi di essere se stessi.

Kara non aveva molti amici, si potevano contare sulle dita di una mano, però quei pochi che aveva erano davvero fantastici, unici, le volevano bene sincero e l’accettavano così com’era, coi suoi momenti di totale e frizzante apertura ed anche in quelli di ermetica chiusura, laddove non rispondeva nemmeno al telefono, voleva stare da sola ed era un suo innegabile diritto. Nessuno avrebbe dovuto infastidirla.

Comunque, tendenzialmente non era il tipico soggetto da massa e amante della confusione caotica, era più di nicchia, poche e semplici cose ma davvero gratificanti, anche in fatto di persone.

Come per ironia, d’un tratto le squillò il telefono, lo portava sempre con sé per le emergenze, specie perché i suoi genitori non erano più dei giovanotti e come si dice, non si sa mai…

Guardò il display: numero sconosciuto. “Al diavolo” pensò, non aveva proprio voglia di parlare né di vedere nessuno. La spiaggia era deserta, più o meno, e non intendeva spezzare quell’incantesimo, quando aveva trascorso un’estate intera tra bambini urlanti e ragazzini palleggianti, tenaci venditori ambulanti e corteggiatori dell’ultima ora.

Si alzò d’improvviso un vento, un vento portentoso che iniziò a sollevare tutta la sabbia d’attorno. Sbuffò con rassegnazione, giacché quel vento avrebbe senz’altro portato qualche nuvoletta sulla sua testa, e non bianca ed innocua, considerando il mutevole carattere dell’autunno incalzante.

Inavvertitamente, volse lo sguardo alla sua destra e scorse una nuvola di fumo sabbioso all’interno del quale incedeva una sorta di uomo dai contorni soffusi. Strinse gli occhi per individuarlo, ma la sua vista non era un granché in quanto a prestazioni, dunque faticò abbastanza per discernere se fosse effettivamente un uomo o semplicemente un miraggio.

Ma, senza curve né deviazioni, quell’individuo andò dritto, camminando fino a lei, come se l’avesse cercata e finalmente trovata. Impossibile, del resto, dato che si rese conto di non averlo mai visto, o quantomeno di non conoscerlo personalmente. Non aveva una gran memoria, in effetti, al pari della sua vista…

L’uomo, che muoveva i piedi sulla sabbia con una tale regalità sembrando il re della foresta, francamente rapente, le spalle dritte aveva gli occhi fissi su di lei, rinvigorendo ancor di più la teoria che stesse andando a colpo sicuro. Per lei, decisamente incomprensibile.

Allorché giunse ai piedi del suo telo, dov’ella era distesa, si diede una scrollata ai capelli per rimuovere un po’ di sabbia in eccesso, stando dritto, fisso, quasi incombendo su di lei.

«Ti ha portato il vento?» sghignazzò, senza dubbio per togliersi da quell’insidiante imbarazzo.

Lui le riservò un mezzo sorriso, evidentemente non soddisfatto dell’exploit. «Ti cercavo.»




Kara strabuzzò gli occhi, non credendo alle parole udite. Stette in silenzio, sicuramente la spiegazione non avrebbe tardato a farsi avanti.

Invece, al di fuori di qualunque previsione, l’uomo s’inclinò lieve e le tese una mano. «Vieni, ho qualcosa da mostrarti.»

Basita, lei non mosse un muscolo, ritornando alla teoria del miraggio. Però si riprese, e molto freddamente asserì: «Forse hai sbagliato persona.»

«Sei Kara?»

Il suo stupore fu la risposta, e lui delicatamente, approfittando di quell’attimo privo di barriere, le avvolse una mano con la sua e la fece mettere in piedi.

Kara lo fissava a dir poco sbalordita, non capiva, non ricordava, e completamente alla mercé di quegli occhi dall’azzurro limpido del mare che risuonava a pochi passi, si lasciò fare, ipnotizzata da quel sublime polso fermo e dal carisma inebriante di quell’autentico sconosciuto.

Non era da lei, tutt’altro, era un portento in quanto a sagacia e sveltezza, il detto “Non abbassare mai la guardia” era il suo credo, il suo pilota, però in questa occasione si sentì diversa, invasa da un alone di magia che non volle contrastare, curiosa di scoprire cosa il destino avesse in serbo per lei.

Così, senza neanche chiedere il suo nome, Kara seguì quell’uomo che poté definire incredibilmente magico, bastarono pochi passi che si ritrovarono in un posto appartato di quel tratto di mare, un posto che lei non aveva mai veduto. Giusto dopo gli scogli, era una insenatura selvaggia, un po’ inverdita che si sopraelevava leggermente, dando un delizioso panorama sull’acqua sottostante che spumeggiava ciarliera contro le rocce.

«Non avevo mai sospettato che esistesse. Semplice, segreto… stupendo.» Gli occhi di Kara brillavano di meraviglia. «Come sapevi che adoro questo genere di lidi?»

«Sapevo unicamente che ne avevi bisogno.» La sua voce era profonda, suggestiva, la rapì per un immortale attimo.

Kara aveva mille domande eppure non aprì bocca, la sua estasi del cuore era così loquace da non darle modo di sovrastarla con superflue parole. E infatti, non c’era parola.

Lui non si muoveva, non intendeva affatto invadere il suo spazio e lei se ne avvide, lo gradì, ammirò a dismisura quel discreto e rispettoso modo di fare, tal che fu lei stessa ad avvicinarsi, a sorridergli.

«Non so da dove vieni, chi sei, ma credo che tu mi conosca molto più di qualsiasi altro.»

«Io ti conosco, Kara, ti vedo. Non ti ho mai parlato, ma ti ho sempre guardata.»

Un rumore assordante e Kara spalancò gli occhi. Si guardò intorno e il respiro le si bloccò. Santo cielo, si era addormentata sulla spiaggia… Era stato puramente un sogno.

Si scosse un paio di volte e di fretta si alzò dalla sabbia, ancora fremente e trasognata, come se quell’esperienza l’avesse vissuta per davvero. Poi, sentendosi di colpo magnetizzata, spostò lo sguardo verso uno degli chalet che stavano a bordo strada, poco distante dal suo pezzettino di spiaggia favorito. Notò un uomo, che appena la vide le riversò un sorriso incantevole, seriamente superlativo.

Era lui, l’uomo del sogno.

Senza pensarci, senza frenarsi, lei gli andò incontro tralasciando ogni riserva, il banale cliché è l’uomo che deve farsi avanti, ed abbandonò previdenza o semplice timidezza, dando sfogo alla sua intera spontaneità. Seguì l’istinto, seguì il sogno.

Oppure seguì puramente il suo inconscio, che aveva registrato quel volto, a dispetto delle sue consce privazioni, della sua “vista” poco incline a guardarsi attorno. Lei forse lo aveva visto ma era soprasseduta, come di regola, e magari lo aveva visto proprio quel giorno attraversando la spiaggia, ma senza notarlo. Ed ecco quel sogno che le aveva dato la chance di vederlo. E di vederlo concretamente.




A volte i sogni sono rivelatori, bisogna ascoltarli, bisogna seguirli, perché vi inducono a fare cose che in condizioni normali, reali, non fareste mai, sciupando le occasioni, l’attimo che non viene colto e la felicità che scappa via come quella stessa sabbia che non può essere trattenuta più di qualche secondo…

Da Fata vi direi che è una magia, ma forse mi dareste più credito se vi dicessi che, senza accorgervene, siete stati voi a fare questa magia.

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